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      vincere non fa la felicita

      Meglio arrivare Terzi

      Disclaimer: questo titolo è spudoratamente rubato da una newsletter che ho ricevuto qualche mese fa. Del resto non potevo non farlo, mi sembra evidente…

      Recentemente mi sono imbattuta in due ricerche che riguardano il rapporto tra longevità, felicità e successo. Te ne parlo in questo post per riflettere insieme sull’abitudine a paragonarsi agli altri, e sui pro e contro del farlo. E sul perché vincere non fa la felicità.

      Vincere ci rende davvero più felici?

      In uno studio del 1995 sono state analizzate le reazioni emotive dei vincitori delle medaglie d’argento e di bronzo durante le Olimpiadi del 1992 di Barcellona. I risultati, pubblicati sul Journal of Personality and Social Psychology hanno evidenziato che chi aveva conquistato la medaglia di bronzo sembrava mediamente molto più felice di chi si era classificato sul secondo gradino del podio.

      È invece del 2018 una ricerca sulla durata media della vita degli atleti statunitensi che hanno partecipato alle Olimpiadi da inizio Novecento al 1935. Secondo questo studio il premio della longevità va alle medaglie di bronzo, che hanno vissuto in media 2 anni in più dei vincitori di una medaglia d’argento e addirittura 6 rispetto a chi ha vinto l’oro. La conclusione a cui sono giunti i ricercatori è che i secondi arrivati guardano al gradino superiore e si confrontano solo con chi è arrivato prima di loro, con la conseguenza di considerarsi dei perdenti. I terzi classificati, invece, hanno un approccio più positivo alla sconfitta, che non vivono come tale: per loro conta essere riusciti a salire sul podio, e questo influisce positivamente sulla loro felicità e sulla loro salute.

      Lasciando perdere l’ambito sportivo, esiste un’ampia letteratura incentrata sulla differenza tra fare paragoni con chi “sta meglio” di noi e con chi invece sta peggio. Spesso le persone si sentono a disagio dopo aver osservato i risultati ottenuti dagli altri, o dopo aver visto le loro vite “perfette” raccontate sui social. Di questo fenomeno ho parlato in un articolo che ho scritto per Centodieci dove accennavo al fenomeno della Toxic Positivity. La tendenza a mostrare online solo il lato positivo di ciò che ci accade porta le persone a paragonarsi con noi in un modo “tossico”, perché si focalizzano su una finta perfezione che genera in loro la frustrazione di non avere una vita altrettanto perfetta.

      Quando vogliamo diventare i migliori finiamo col sentirci esattamente con i vincitori delle medaglie d’argento alle Olimpiadi: vorremo tanto aver conquistato l’oro – del resto mancava così poco – e ci sentiamo dei falliti per non esserci riusciti.

      Arrivare Terzi (scusate il gioco di parole, ma è troppo divertente) sembra essere meglio: lo dicono le ricerche che ho citato sopra, ma non solo. Il Life Design ci ricorda che “la vita è un processo, non un risultato” e che possiamo essere molto più felici se ci concentriamo sui piccoli passi che compiamo ogni giorno per raggiungere i nostri obiettivi, invece che volgere lo sguardo sempre e solo sul traguardo. Che, per quanto sia vicino, è pur sempre qualcosa che resta nel futuro, e che non abbiamo ancora raggiunto. I progressi ci rendono felici perché ci fanno conquistare un piccolo risultato ogni giorno; aumentano la nostra autostima e la nostra convinzione di potercela fare.

      Paragoni buoni e paragoni cattivi

      Secondo Morgan Hausel, autore de “La psicologia dei soldi”, è necessario trovare parametri di riferimento più corretti per misurare il nostro successo. Ci focalizziamo sull’età, sul numero di vittorie ottenute, sul curriculum, sui soldi guadagnati ecc… dagli altri, ma questo non ci porta ad ammirare quelle persone. Ci fa concentrare sui riconoscimenti, come se fossero un parametro oggettivo di successo, e di conseguenza ci sentiamo sotto pressione se non riusciamo a raggiungere gli stessi traguardi. O peggio ci sentiamo “in ritardo” e falliti perché non abbiamo ancora ottenuto quello che gli altri sembrano aver conquistato con così tanta facilità.

      Esistono paragoni buoni e paragoni cattivi, ed è fondamentale riconoscerli per non entrare nel loop della frustrazione.

      I paragoni buoni sono quelli che:

      • ci fanno esaminare la strategia che ha funzionato per qualcun altro, non i risultati ottenuti
      • ci portano a misurare i progressi che abbiamo ottenuto in un determinato periodo di tempo
      • ci fanno concentrare sulle opzioni rilevanti, ce le fanno analizzare e ci aiutano a prendere una decisione basata su fatti e dati

      I paragoni cattivi sono quelli che:

      • ci fanno concentrare su un singolo attributo di un’altra persona e a desiderare di averlo
      • ci portano a considerarci una delusione perché guadagniamo meno soldi, lavoriamo per un’organizzazione meno prestigiosa ecc.
      • ci fanno concentrare su ciò che non abbiamo e credere che non avremo successo se non lo otterremo

      Come dice Hausel – La chiave per arrivare a destinazione in modo più efficiente non è guardare la concorrenza ed essere invidiosi. Spesso si tratta solo di tenere gli occhi sulla strada da percorrere.

      Nella mia ultima newsletter ho parlato anche di questo. Invece di concentrarci sui risultati che non abbiamo ottenuto dovremmo invece imparare a guardare ciò che siamo capaci di fare. Come imprenditori siamo continuamente messi di fronte ai risultati di altri che consideriamo più bravi di noi solo per i traguardi che hanno raggiunto. Senza considerare cosa “sta dietro” a quei traguardi. I social spesso ci propongono standard difficilissimi da raggiungere, se non altro perché non sono del tutto reali. Le persone ci mostrano quello che vogliono, che rimane comunque una piccolissima parte del tutto.

      Per questo motivo è molto importante imparare a focalizzarsi sulla nostra strategia e non su ciò che i “ricchi e famosi” ci mostrano. Entrare in competizione è deleterio quando ci concentriamo su un solo evento. Abbiamo bisogno di diverse opportunità per eccellere, e una sola volta in cui le cose non sono andate come ce le aspettavamo non può compromettere tutta la percezione che abbiamo di noi stessi.

      Strumenti pratici per essere più felici e soddisfatti dei propri risultati

      Chiudo questo articolo con alcuni suggerimenti su come puoi lavorare sulla tua capacità di trovare soddisfazione in quello che fai.

      1. Ogni mese nella mia newsletter parlo di questi argomenti e ti offro spunti di riflessione per imparare a essere più strategico, nelle scelte di business ma non solo. Se vuoi puoi iscriverti qui.
      2. Gli assessment di Intelligenza Emotiva sono un buon punto di partenza per capire quanto stai sfruttando le tue competenze e quali invece dovresti rafforzare per raggiungere i risultati che desideri. Sono lo spunto di riflessione da cui si sviluppano molti dei miei percorsi di coaching, durante i quali lavoriamo sullo sviluppo della motivazione, sulla capacità di esercitare l’ottimismo ed essere più creativi nel trovare soluzioni, sul senso di scopo e su come in generale le emozioni possono aiutarci a prendere decisioni migliori
      3. L’EQ Gym è invece un percorso di gruppo durante il quale alleniamo il nostro quoziente emotivo: ad aprile parte la nuova edizione!
      4. Infine i miei percorsi di Business Coaching fanno per te se hai un’idea o un progetto che vuoi sviluppare, senza farti prendere dalla “paragonite”, ma imparando un metodo e una strategia che ti aiuteranno anche in futuro a fare funzionare la tua attività, senza ricorrere a formule magiche che di magico hanno solo il fatto di arricchire gli pseudo coach/consulenti/guru che te li propongono

      MICELA TERZI

      Nel mio blog scrivo di Business, Creatività, Journaling&Scrittura, Intelligenza Emotiva, Design Thinking e Obiettivi&Time Management. Se leggi qualcosa che ti piace condividilo sui tuoi social o lasciami un commento: mi fa piacere conoscere la tua opinione, e in più mi aiuterai a crescere.

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