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      avere una buona idea

      Non accontentarti di avere una buona idea

      Avere una buona idea può essere un modo per fare business.

      Ma per avere successo non basta. Qual è il mindset imprenditoriale giusto per avere un’attività che “funziona”? Non innamorarti troppo di quello che pensi.

      Quanto pensi di aver avuto una buona idea, scartala

      “Kill your darlings” è l’espressione che si utilizza nel Design Thinking per dire che non dobbiamo accontentarci della prima idea che ci viene in mente. Anche se sembra essere la migliore che potremo mai avere. Ne ho già parlato in un mio precedente post, nel quale approfondivo i concetti di creatività e innovazione. Oggi voglio riprendere alcuni suggerimenti che avevo pubblicato nella mia newsletter nel “lontano” 2018, e che credo possano esserti utili se vuoi fare business adottando il giusto mindset. Per farlo ti racconterò, in questo e in altri post che verranno, la mia esperienza come startupper.

      Perché sì, forse non lo sai, ma dal 2006 al 2015 ho fondato e poi gestito non una ma due startup tecnologiche. L’avvio ufficiale della mia avventura imprenditoriale è stato a marzo 2007, quando sono andata dal notaio per costituire ufficialmente la mia prima azienda, una Snc (trasformata poco tempo dopo in una Srl).

      Qualche mese prima avevo partecipato a una Business Plan Competition (StartCup Milano Lombardia) e la mia idea di business aveva ottenuto di entrare nell’Incubatore del Politecnico di Milano – Polo Regionale di Como, per avere la possibilità di svilupparla e renderla un’azienda vera e propria.

      Per arrivare lì avevo passato mesi e mesi a ritrovarmi nei peggiori bar di Caracas (più o meno) con quella che sarebbe poi diventata la mia socia, per pianificare la nostra idea di impresa, scrivere un business plan e iniziare a conquistare il mondo per diventare ricche e famose. L’idea di partenza era aprire un’agenzia di comunicazione. Venivamo dal giornalismo, ci piaceva l’idea di continuare a scrivere e utilizzare gli strumenti digitali, volevamo tantissimo creare qualcosa di nostro. Avevamo più o meno deciso già il nome di questa fantomatica agenzia, e mi ricordo che avevamo addirittura già predisposto una bozza di contratto per i nostri futuri clienti.

      Poi però siamo state assalite dai dubbi… Ci siamo chieste se un’agenzia di comunicazione aveva senso. Forse ce n’erano già abbastanza e non valeva la pena aprirne un’altra entrando così in competizione con chi aveva iniziato anni prima di noi… A meno che non avessimo trovato un modo per rendere la nostra agenzia di comunicazione SPECIALE.

      Se hai un dubbio, ascoltalo

      Se hai un dubbio, ascoltalo. E se non hai nessun dubbio, fattelo venire! (Potrebbe tornarti molto utile).

      In quel periodo la mia futura socia stava frequentando un Master del Politecnico e io mi sono iscritta ad alcuni moduli di specializzazione in scienze umane. E bam! Alla fine del Master abbiamo capito che non volevamo aprire una normale “agenzia di comunicazione”, ma che avevamo la possibilità di mettere insieme le nostre competenze pregresse, con quelle nuove acquisite al Master, per lavorare in un ambito ancora inesplorato.

      Perciò cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso il business plan che avevamo iniziato a scrivere e, insieme alla bozza di contratto che avevamo predisposto, lo abbiamo buttato!

      A StartCup abbiamo proposto un’idea di business completamente nuova: una startup specializzata in progetti per lo sviluppo e la promozione delle Smart Cities. All’epoca questa parola non era utilizzata moltissimo (né abusata, come è successo poi). Eravamo l’unica azienda in Italia a fare le cose che volevamo fare. L’unico nostro concorrente diretto era uno studio di architetti di Torino, ma appunto, erano “solo” architetti. Noi invece ci eravamo formati come “polis maker”, professionisti che guardavano alla città con uno sguardo differente, in grado di progettare spazi e servizi che tenessero conto per davvero delle esigenze delle persone che li avrebbero utilizzati. Con questo approccio ci siamo guadagnate l’incubazione al Politecnico. Noi: donne, senza una laurea in ingegneria, e con un progetto incentrato su un tema praticamente ancora inesplorato in Italia.

      Che cosa mi ha insegnato questa esperienza?

      Che nel business non bisogna mai innamorarsi della propria idea iniziale. Potremmo essere costretti ad abbandonarla a un certo punto, non perché non sia buona, ma perché c’è di meglio! Una volta avuta quella che ci sembra davvero una buona idea vale sempre la pena scartala, e provare a vedere se ce ne viene una migliore.

      Questo non significa che dobbiamo continuare a montare e smontare la nostra idea di business. Ma che in una fase iniziale è bene non accontentarsi della prima soluzione che ci viene in mente, ma provare ad andare un po’ più in profondità per vedere cosa salta fuori. Questo brainstorming iniziale serve per non rischiare di farci sfuggire qualcosa di davvero creativo e innovativo, che semplicemente non abbiamo ancora preso in considerazione perché “obnubilati” dall’amore che proviamo per la nostra idea iniziale. Dopo aver formulato diverse opzioni a un certo punto dobbiamo scegliere la strada da seguire. Che potrebbe essere anche quella di partenza, se alla fine si rivela la migliore in assoluto.

      Frustrante? Non direi. Piuttosto fa di noi dei veri innovatori, perché non ci accontentiamo della prima cosa che ci viene in mente. Ma, spinti dalla nostra visione, cerchiamo il modo per avere il maggior impatto possibile sul mondo.

       

      MICELA TERZI

      Nel mio blog scrivo di Business, Creatività, Journaling&Scrittura, Intelligenza Emotiva, Design Thinking e Obiettivi&Time Management. Se leggi qualcosa che ti piace condividilo sui tuoi social o lasciami un commento: mi fa piacere conoscere la tua opinione, e in più mi aiuterai a crescere.

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